La sorella di Mozart e la sorella di Shakespeare

— Rita Charbonnier. Ritratto fotografico di Virginia Woolf realizzato da George C. Beresford (1864- 1938)

Tra il 1928 e il 1929, Virginia Woolf scrisse un breve saggio che inizialmente ebbe il titolo Women and fiction (Le donne e il romanzo) e poi divenne A room of one’s own (Una stanza tutta per sé). E’ la rielaborazione di due conferenze che la scrittrice, ormai celebre ( La signora Dalloway, Gita al faro e Orlando erano già stati pubblicati), aveva tenuto per le studentesse di Cambridge sul tema del rapporto tra la donna e l’opera di finzione. Ecco, in sintesi, una delle argomentazioni più salienti e conosciute: quella relativa all’immaginaria sorella di Shakespeare.

Virginia Woolf era convinta che tra l’opera d’arte e il vissuto quotidiano dell’artista vi fosse una stretta relazione. Poiché l’elaborazione creativa si nutre di sentimenti più di quanto non se ne nutra l’elaborazione logico-matematica, uno scienziato può fare scoperte o sviluppare teorie indipendentemente da quel che gli accade e dalle emozioni che ne conseguono; invece (sempre secondo la grande scrittrice inglese) l’opera d’arte è fissata “come una ragnatela” a quel che il suo autore fa – a che ora si sveglia, quali sono le sue incombenze, quali i problemi che deve affrontare – e alla sua relativa condizione psicologica.

Su questa base, l’autrice si domanda per quale ragione nella storia vi siano state meno artiste che artisti, e nello specifico meno scrittrici che scrittori. Prende a modello il poeta e drammaturgo per antonomasia, William Shakespeare, e analizza il contesto familiare, sociale e culturale nel quale si sarebbe ritrovata a vivere una sua ipotetica sorella, che decide di chiamare Judith, nata con lo stesso talento e ardente della stessa passione per il teatro.

Ebbene, nell’Inghilterra della seconda metà del Cinquecento le donne non ricevevano alcuna istruzione e di rado sapevano leggere e scrivere. Erano proprietà del marito e per legge non potevano possedere denaro né guadagnarlo. Passavano la vita a fare un figlio dietro l’altro e spesso morivano di parto o di infezioni successive (leggere qualche resoconto di come si partoriva in Europa nei secoli antecedenti il XX fa accapponare la pelle; vedi anche l’episodio riferito all’inizio del mio romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas). Di certo le donne non potevano vivere una vita libera a Londra, come fece Shakespeare quando abbandonò la natia Stratford-upon-Avon – e con essa la moglie e i figli, senza che per questo un marchio di infamia o adulterio gravasse sul suo capo. Per non parlare del fatto specifico che alle donne non era consentito recitare: è evidente che a questa immaginaria sorella sarebbe stato impossibile esprimersi. La Woolf si figura che la frustrazione di Judith avrebbe raggiunto livelli tali da spingerla al suicidio.

Quando fu pubblicato Una stanza tutta per sé (e stiamo parlando di meno di un secolo fa) era in atto una discussione molto ponderosa sull’argomento. C’era chi sosteneva che le donne, per natura, sono intellettualmente inferiori agli uomini; chi aveva dichiarato pubblicamente che per una donna non sarebbe mai stato possibile concepire un’opera di genio come quelle di Shakespeare. E alcuni anni fa, proprio leggendo questa sua appassionata, magistrale, imperdibile e ancora attuale confutazione, mi nacque il desiderio di parlare della sorella di Mozart… ma questa è un’altra storia.

 

Print Bookmark and Share

 

 

su