La sorella di Mozart al telefono
— Rita Charbonnier. Foto di Monica Arellano
Località: Arezzo. Situazione: presentazione de La sorella di Mozart. L’autrice legge un passo del romanzo, quello nel quale si parla della Fantasia per pianoforte in re minore del Maestro. Alle sue spalle il pianista Patrizio Paoli, seduto alla tastiera, è pronto ad eseguirla. La sala è gremita e silenziosa, il pubblico favorevole e cordiale. L’organizzatrice e anima dell’evento, Alessandra Baroni, si guarda intorno e gioisce per il successo dell’iniziativa…
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!!!!!!!!!
Per la verità lo squillo non si è sentito, ma si è sentita bene la voce di colei che parlottava al cellulare: una signora dai capelli rossi, rannicchiata a testa bassa su una poltroncina di quarta fila. Nessuno osava dirle: “Shhh!” ma diversi spettatori le rivolgevano occhiatacce che lei non vedeva perché, giustappunto, era rannicchiata.
L’autrice che fa? Continua a leggere, tanto prima o poi la telefonata finirà; e quella invece non smette di borbottare. Le occhiatacce crescono di numero, si vede anche qualche occhio fuori dall’orbita; e la signora dai capelli rossi parlotta e parlotta, imperterrita. L’autrice, mentre legge, pensa: il brano è quasi finito; se non la fermo, lei continua a chiacchierare anche mentre suona il pianista; e quando la serata sarà finita e la sala si sarà svuotata, lei sarà ancora lì, con l’orecchio in fiamme. La signora dai capelli rossi è entrata in un tunnel e non ne è consapevole. Ha bisogno di aiuto.
“Scusi, potrebbe smettere di telefonare, per favore?”
Un attimo di sorpresa, poi la rossa alza lo sguardo, e non pare contrito. “Sto parlando col mi’ figliolo che è andato all’estero, è la prima volta che prende l’aereo da solo, e…”
Dalla sala si levano voci: “E’ un’indecenza! Ma come si permette?”
L’autrice le sovrasta: “Lei ha tutto il diritto di parlare col su’ figliolo, ma se lo facesse fuori di qui, sarebbe più cortese.”
“Io non pensavo si sentisse!”
“Si sente, eccome. Allora, che fa, esce?”
La signora non coglie l’invito ma chiude frettolosamente la telefonata col figliolo, forse spegne addirittura l’apparecchio (chi può dirlo?) e la lettura può riprendere.
Alla fine della serata, quando tutti erano in piedi e conversavano, l’incidente è stato ampiamente dibattuto. Qualcuno ha anche rimproverato aspramente la signora, che però continuava ad opporre i suoi diritti di madre e forse era anche abbastanza contenta dell’attenzione ricevuta. Una spettatrice è venuta a dirmi persino: “Le chiedo scusa a nome delle donne aretine”. Io le ho risposto: “Scherza? Adesso ho un ottimo argomento per l’articolo da pubblicare sul mio sito!”